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Googlenauti, all’armi.

Googlenauti, all’armi.

Con un’iniziativa chiamata semplicemente “Take Action”, anche Google si è nei giorni scorsi schierata in difesa della libertà d’espressione all’interno del web. La pietra dello scandalo è il World Conference on International Telecommunications 2012 di Dubai. Sulla pagina https://www.google.com/takeaction è possibile saperne di più, e firmare la petizione lanciata dalla Grande G in proposito.

Cosa succede?

Non è la prima volta che i giganti del web (vedesi Wikipedia) si ergono a difensori del popolo di Internet: in questo caso, gli oramai oltre due miliardi di persone che costituiscono questo mastodontico quanto pacifico esercito sono minacciati dall’International Telecommunication Union (ITU). Il 3/14 Dicembre, infatti, vedrà varie autorità di regolamentazione da tutto il mondo sedute attorno ad un unico tavolo, a porte chiuse. Lo scopo è approvare alcune modifiche a regolamenti vigenti in materia da decenni; la paura di molti è che dette modifiche finiranno per creare dei paletti che limiteranno le possibilità della rete. Alcuni paesi, infatti, fiutata la montagna di denaro che passa giorno dopo giorno (con grafici sempre più in crescita) per il web, cercheranno di imporre regimi fiscali basati su concetti statali ad un organismo che statale sicuramente non è. I paesi che propugnano una rete basata sulla censura ed il blocco di comunicazioni faranno valere il loro voto, rendendo lo scambio di informazioni a rischio di blocco, specialmente in paesi facenti parte di mercati emergenti o il cui governo è di natura dittatoriale od oligarchico.

Ci sono alternative?

Come riportato sulla stessa pagina di Google “Take Action”:

"L'ITU non è il posto adatto per decidere del futuro della Rete".

 
 
È possibile che sia necessaria una regolamentazione che salvaguardi la privacy. È possibile che la gente senta il bisogno di una limitazione nella diffusione di informazioni sensibili. Ciò che è certo, però, è che non è l’ITU il posto adatto per determinate decisioni. I motivi sono molteplici:
  • Solo alcuni paesi hanno diritto di voto;
  • I loro rappresentanti sono politici, non tecnici;
  • Alcuni di questi governi sono riconosciuti detrattori della libertà d’espressione personale e sostengono una censura anche repressiva e feroce nei confronti delle proprie nazioni;
  • Il dibattito, le proposte ed addirittura le votazioni all’interno dell’ITU si svolgono a porte chiuse. Un fatto che non ammette scusanti, contrario alla democrazia ed assolutamente anacronistico;
  • Le decisioni riguardo ad Internet dovrebbero esser prese da chi usa e crea Internet. Come a chi non capisce niente di ingegneria non dovrebbe mai essere permesso di costruire un ponte, così a chi non crea, sviluppa ed utilizza Internet non dovrebbe esser permesso di decidere unilateralmente della sorte del World Wide Web.

Paradossalmente, la natura stessa di Internet rende molto facile la diffusione delle informazioni, e sarebbe quindi semplicissimo richiedere l’opinione di tutti coloro che ne fanno uso, che sviluppano la rete e diffondono le informazioni stesse. Ad esempio, suggerisce sempre Google, l’Internet Governance Forum darebbe a tutte le decisioni sul Web, qualunque esse siano, una natura più democratica. L’IGF permette infatti a chiunque una partecipazione attiva indipendentemente da ruolo, provenienza ed altre discriminanti.

Indipendentemente dal nostro punto di vista, in questo come in tutti i campi, l’espressione dell’opinione personale è un diritto ed un dovere, ed Internet è uno strumento fondamentale per difenderla.

Le conclusioni.

Siamo tornati ai tempi del caso Napster.

L’incontrollabilità e libertà assoluta di pensiero che regna sul web viene a volte associata con un’anarchia pericolosa.

Ed a ragione.

Tutte quelle strutture che venivano universalmente considerate degli standard sino agli anni novanta, oggi sono cambiate. Coloro che ne erano a capo devono mettersi al passo coi tempi, e se non lo fanno – sia per imperizia o sia per testardaggine- sono inevitabilmente destinati alla sconfitta.

È successo dieci anni fa con Napster, che da grande perdente s’è tramutato nel prototipo del martire digitale.

È successo e continua a succedere ogni volta che le istituzioni cercano di chiudere, limitare, mettere le mani su Internet.

È successo in maniera dolorosa all’industria dell’intrattenimento musicale, un declino che anche il cinema sta vivendo e cercando – inutilmente – di combattere.

Si dice “se non puoi batterli, unisciti a loro”: chi lo capisce ha un posto nel futuro, che si tratti del circo dell’intrattenimento, degli squali dell’economia, dei gerontosauri della politica. Rendersi nemici di Internet significa rendersi nemici del popolo, in una versione 2.0 della Rivoluzione Francese con le relative teste tagliate.

 

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