Campagne pubblicitarie:
Agenzia pubblicità Varese:
il mezzo conta più del messaggio
È una frase che suona male a chi fa questo mestiere, e resta vera.
Un annuncio fatto bene, mostrato a chi non è interessato, non produce niente. Un annuncio ordinario, mostrato a chi sta cercando esattamente quella cosa, porta richieste. La differenza fra le due situazioni non è il talento creativo: è la pianificazione.
Per questo il lavoro di un’agenzia pubblicità a Varese comincia da una domanda poco affascinante: chi deve vedere questo annuncio, e dove passa il suo tempo.
Poi si decide il formato, e a quel punto anche la creatività ha dei vincoli utili: sa a chi parla e in quanti secondi.
La creatività senza un piano è decorazione. Costa uguale e rende molto meno.
Il metodo:
partire da quanto vale un contatto
Prima di parlare di campagne chiediamo un numero: quanto vale per voi un cliente nuovo.
Sembra una domanda da commercialista, e invece decide tutto. Se un cliente vale ottocento euro di margine nel primo anno, potete permettervi di spendere una certa cifra per ottenerlo. Se ne vale ottomila, la cifra è un’altra e cambiano i mezzi che avete a disposizione.
Senza quel numero non si può dire se una campagna sta andando bene. Un contatto da cinquanta euro può essere ottimo o pessimo, e la differenza non sta nella campagna.
Da quel dato ricaviamo quanto si può investire, su quali mezzi e per quanto tempo prima di aspettarsi un ritorno.
Con quel numero la pubblicità diventa una decisione. Senza, resta una scommessa che si rinnova ogni anno.
Il budget:
quanto serve perché abbia senso
Esiste una soglia sotto la quale investire in un mezzo è denaro buttato. Pochi lo dicono, perché significa rifiutare lavoro.
Il mezzo giusto cambia con il settore, e attorno a Varese i settori convivono.
Nel varesotto aerospazio, meccanica di precisione e chimica convivono con un tessile che si è riposizionato sull’alta gamma. Filiere tecniche con cicli di vendita lunghi e interlocutori esperti.
Sul posizionamento organico, che è la strada lenta ma che resta, c’è SEO a Varese.
Una campagna troppo diluita non raggiunge nessuno abbastanza volte da lasciare traccia. In pubblicità la frequenza conta quanto la copertura: farsi vedere una volta da diecimila persone vale meno che farsi vedere cinque volte da duemila persone giuste.
Per questo, quando il budget è limitato, la risposta giusta non è spalmare: è scegliere un mezzo solo e presidiarlo davvero.
Quando ci chiedono un piano con una cifra che non regge i tre canali richiesti, lo diciamo e proponiamo di concentrarla.
Meglio una campagna che si vede che tre che passano inosservate.
Come siamo fatti:
Chi lavora
a una campagna
Una campagna pubblicitaria mette insieme mestieri che raramente stanno nella stessa persona.
Serve chi pianifica i mezzi e tratta gli spazi, chi scrive i testi, chi disegna e monta i materiali, chi imposta e sorveglia le campagne online, chi legge i numeri e dice cosa spostare.
In Dexa siamo oltre quaranta persone nello stesso studio: significa che chi scrive e chi guarda i dati si parlano mentre la campagna gira, non a consuntivo.
Siamo attivi a Varese e in tutta Italia. La nostra sede è a Sarezzo, in provincia di Brescia, e la maggior parte dei clienti lavora altrove.
Le riprese, gli scatti e le registrazioni si fanno dove serve farli.
Il budget:
da cosa dipende la cifra
Quanto investire non è una questione di listino, è un calcolo che parte dall’obiettivo.
Quanti clienti nuovi servono. Da lì, sapendo quanti contatti servono in media per chiuderne uno, si ricava quanti contatti servono in tutto.
Quanto costa un contatto sul mezzo scelto, nel vostro settore e nella vostra zona. È un dato che si stima e poi si verifica nelle prime settimane.
Quanto potete permettervi di spendere per ottenerne uno, che dipende dal margine e da quanto vale un cliente nel tempo.
Se i tre numeri non stanno insieme, la campagna non è sostenibile e va cambiato qualcosa: il mezzo, l’obiettivo o il prodotto che si spinge.
Preferiamo dirlo prima di partire. È il momento in cui costa zero.
Dipende da due voci che vanno tenute separate: quanto va ai mezzi e quanto costa il lavoro.
Il budget media è quello che finisce a Google, alle piattaforme social, alla radio o al concessionario degli spazi. È denaro che l’agenzia gira, non incassa, e determina quante persone vedranno la campagna.
Il lavoro dell’agenzia comprende pianificazione, testi, materiali, impostazione, gestione e lettura dei numeri. Può essere a progetto per una campagna singola o continuativo se c’è un presidio da mantenere.
Quando qualcuno vi dà un’unica cifra senza distinguere le due cose, chiedete il dettaglio: è lì che si capisce quanto della vostra spesa arriva davvero al pubblico.
Fanno due lavori diversi e la scelta dipende da cosa vendete.
La pubblicità sulla ricerca di Google intercetta chi sta già cercando quel prodotto o servizio. È la più diretta e di solito la più redditizia, quando la domanda esiste. Se nessuno cerca quello che vendete, non c’è nulla da intercettare.
La pubblicità sui social propone qualcosa a chi non lo stava cercando. Serve a far conoscere, a spingere prodotti che si capiscono da un’immagine, a raggiungere chi ha già visitato il sito.
Per molte aziende la combinazione utile è: social per farsi conoscere, ricerca per raccogliere chi poi cerca il nome. Ma dipende dal settore, e si verifica con una prova, non per principio.
In certi casi sì, e lo diciamo pur essendo un’agenzia nata sul digitale.
Radio locale e affissione funzionano ancora bene su bacini geografici ristretti, con messaggi semplici e per attività che hanno un pubblico ampio sul territorio. I costi sono spesso più ragionevoli di quanto ci si aspetti.
La stampa di settore conserva un peso reale nel B2B: poche riviste lette dalle persone giuste valgono più di grandi numeri generici.
Quello che è cambiato è che oggi va misurata: un numero di telefono dedicato, un indirizzo web specifico, un codice. Senza, resta un investimento che nessuno sa giudicare.
Dipende dall’obiettivo, e le due situazioni vanno tenute distinte.
Se l’obiettivo è raccogliere richieste da chi sta già cercando, i primi risultati arrivano in giorni. Le prime due o tre settimane servono a capire quali annunci e quali parole funzionano, poi si sposta il budget su quelli.
Se l’obiettivo è far conoscere un nome o un prodotto nuovo, i tempi sono altri: mesi, non settimane, perché la notorietà si costruisce con la ripetizione.
Il momento in cui si giudica va deciso prima di partire. Spegnere una campagna dopo dieci giorni perché “non sta rendendo” è un errore che si paga due volte: si perde l’investimento fatto e non si impara niente.
Ce ne occupiamo noi, ed è un vantaggio pratico più che una questione di qualità.
Quando pianificazione e produzione stanno nello stesso posto, i materiali nascono già nei formati giusti per i mezzi scelti. Il problema più comune con fornitori separati è banale: arriva un video bellissimo nel formato sbagliato, o troppo lungo per dove deve andare.
Se avete già un fornitore per video o fotografia con cui vi trovate bene, lavoriamo con lui: ci occupiamo di dargli le specifiche giuste e i tempi.
Quello che non facciamo è produrre materiali senza sapere dove andranno. È il modo più sicuro di doverli rifare.
Guardando pochi numeri, decisi prima che la campagna parta.
I numeri utili sono: quante richieste o vendite sono arrivate, quanto è costata ciascuna, quante si sono trasformate in trattative, quante si sono chiuse. Gli ultimi due li conosce solo l’azienda, per questo vanno condivisi.
I numeri che non servono a decidere sono visualizzazioni, coperture e interazioni. Dicono se il mezzo sta girando, non se sta producendo. Finiscono nei riepiloghi perché sono grandi.
Nei nostri resoconti mettiamo prima i numeri piccoli, quelli che contano, e solo dopo gli altri. Qualche volta è una conversazione scomoda, ed è il motivo per cui la facciamo.
Sì, ed è quasi sempre la scelta giusta per chi lavora su un territorio.
Sui mezzi online si può limitare l’area a una provincia, a un comune o a un raggio di chilometri intorno a un indirizzo. Si può anche escludere chi è troppo lontano per diventare cliente.
Restringere l’area alza il costo per singola visualizzazione ma abbassa quello per contatto utile, perché smettete di pagare per persone che non verrebbero mai da voi.
Per le attività locali questo è il modo più sensato di spendere: pochi chilometri, molta frequenza, un messaggio che riguarda chi è lì.
È una domanda legittima e la prima cosa che facciamo è guardare cosa era stato fatto.
Nella maggior parte dei casi che ci arrivano il motivo è uno di questi tre: l’obiettivo non era mai stato definito, quindi non si poteva nemmeno dire se avesse funzionato; il budget era troppo diluito su troppi canali; oppure la campagna portava persone su una pagina che non le convinceva.
L’ultimo caso è il più frequente e il più frustrante: la campagna faceva il suo lavoro, il sito no.
Prima di proporvi una campagna nuova guardiamo quei dati. Se il problema era a valle, rifare pubblicità è buttare altri soldi.
Pubblico:
Chi decide l’acquisto, non “il mercato”. Che ruolo ha, cosa lo preoccupa e in che momento è raggiungibile.
Mezzi:
Dove investire e dove no. Presidiarne due con abbastanza budget rende più che comparire su sei con le briciole.
Google:
Intercetta chi sta già cercando. Il ritorno più diretto, quando la domanda esiste. Se nessuno cerca, non c’è niente da intercettare.
Social:
Non intercetta, propone. Serve a far conoscere e funziona con prodotti che si capiscono da un’immagine.
Radio:
Sottovalutata. Su un bacino ristretto e con un messaggio semplice costruisce notorietà a costi ragionevoli.
Affissione:
Presenza fisica sul territorio. Poco misurabile di per sé, misurabile con un indirizzo web dedicato o un codice.
Hai già fatto campagne che non hanno reso? Guardiamo insieme i dati di quelle: quasi sempre dicono dove si era rotto qualcosa.
Le recensioni dei clienti che ci hanno scelto.
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